Ci ha lasciati ormai da una settimana e qualche giorno, Ernesto Palatresi, il custode e titolare dello storico “Bar Giuliano” di Fucecchio, che nel corso degli anni ha rappresentato per molti, ormai non più giovanissimi, un punto di riferimento della loro adolescenza.
Un “magnifico bar che li ha visti crescere e che contava anche 200 motorini parcheggiati davanti l’ingresso ogni sera dopo le 18.00”. Così “i ragazzi del Bar Giuliano” hanno voluto ricordare, con la luce di tante candele, il capostazione Ernesto Palatresi, impresse in una foto sui social.
Si sa, la vita è un continuo cambiamento, si svuotano spazi andati per poi riempirne di nuovi, si arriva alla fine delle cose per poi dare vita ad altre, o semplicemente mettere un punto, che racchiuderà da lì in poi ricordi, malinconia, nostalgia e tante immagini significative e meravigliose.
E così sarà per il Bar Giuliano, di Ernesto, il cui figlio Luca, ci racconta attraverso i suoi messaggi la storia di questo luogo magico.
Salve Luca, e grazie per la tua disponibilità a raccontarci la storia di tuo padre che ci ha lasciati da poco. Intanto volevamo chiederti in breve la storia del bar e come tuo padre Ernesto ha iniziato a lavorare al Bar Giuliano.
“Il bar esisteva già prima che lo prendesse in gestione mio padre. Credo che abbia inaugurato negli anni ’60, ma non saprei dire con certezza. Mio padre era classe ’35 e ha sempre fatto il barista a Fucecchio, partendo con la gestione del Bar del Ponte. Quindi già era conosciuto, poi nel ’78 lo ha lasciato per cambiare vita, dedicarsi un po’ di più alla famiglia, ma dopo alcuni anni da rappresentante, la sua vocazione lo ha richiamato: il suo vero amore era lavorare in un bar ed è ripartito proprio dal Bar Giuliano, nel 1983 tenendolo fino al 2001. Un luogo che lo ha consacrato ufficialmente a Fucecchio”.
Ci puoi raccontare qualcosa su tuo padre? La sua storia, di come ha iniziato il suo lavoro e perché è diventato un punto di riferimento per le persone che frequentavano il luogo e non solo?
Lui in realtà è nativo di Cerreto Guidi. A 16 anni si trasferisce a Milano con degli zii e cugini per lavorare nel settore bar, ristorazione etc. E’ lì che ha imparato il mestiere, in una città molto più grande, vivendo in un mondo completamente diverso da quello del piccolo paese.
Negli anni ’50 andare a Milano significava andare in una dimensione completamente diversa. Una volta tornato ha fatto il militare e successivamente si è sposato con mia madre e si sono trasferiti a Fucecchio dove è a questo punto a venti anni gli hanno offerto la gestione del primo bar, il Bar del Ponte, mettendo a punto tutto il suo background formato a Milano e rendendo il luogo molto competitivo, di stampo metropolitano, portando una ventata di novità, oltre ad aggiungere il suo carattere, estroverso e dedito all’altro, altruista e anche molto cabarettista. Amante del contatto con il pubblico e sempre col sorriso, nonostante le difficoltà familiari (ha perso un figlio molto giovane). Come persona ha avuto un forte appeal, come fosse un attore sul palcoscenico: lui dietro al bancone dava spettacolo.
Come diceva a tutti i dipendenti prima di andare al bancone: “Qui c’è un mobiletto, ci metti tutti i pensieri negativi, tutte le cose che ti tormentano; nessuno te le tocca; quando hai finito il servizio le riprendi.
Il suo punto distintivo era quello di dedicarsi al pubblico.

Come un bar diviene un luogo di aggregazione e socialità?
Sicuramente un luogo come il “Bar Giuliano” è presente in tutti i piccoli paesi, in particolare in quei luoghi dove nel corso del tempo la socialità diretta era fondamentale. In particolare quando non c’erano i social network, né i cellulari: andare al bar significava trovare i tuoi amici, le persone che conoscevi o che ti interessava frequentare. Tutti i programmi venivano fatti al bar. Sul perché il bar di mio padre sia divenuto un punto di riferimento sicuramente è per il periodo di riferimento: negli anni ’70/’80 al bar si viveva la leggerezza della vita, la socialità quella vera, forse il punto era strategico con la fermata degli autobus di fronte, la gestione di Ernesto e Fiorina. Il tutto insieme ha favorito a dare vita ad un fenomeno molto particolare, che davvero ci potremmo scrivere libri sopra. Quella al Bar Giuliano era un’aggregazione fortissima di persone che venivano anche da fuori, come poteva essere ad esempio il Bar Viti ad Empoli. Pochi erano i punti di aggregazione ma straripavano di persone e rappresentavano luoghi dove andare per trovare altre persone. Mi ricordo che mio padre a volte veniva chiamato dai vigili e carabinieri per dirgli di far parcheggiare meglio le macchine e motorini perché non si riusciva a passare.
Centinaia di motorini che intasavano il traffico. Ogni fascia oraria aveva la sua clientela, un turn over continuo di persone. Anche perché c’era la pizzeria, la gelateria, oltre che al bar, tutto a produzione propria e a un certo punto fu costretto a dare il numero come nei supermercati da quante persone arrivavano. Spesso i tempi di attesa erano di un’ora addirittura. Il bar era diventato quasi come un’azienda e almeno per quindici anni abbondanti è stato il bar della zona.
Qual è stata la vostra reazione dopo il saluto a sorpresa che vi hanno fatto “i ragazzi del Bar Giuliano”?
Sicuramente qualcosa un po’ mi aspettavo, anche perché già qualche anno fa, nel 2014, era già stata fatta una cena reunion per mia mamma per ricordare il bar, che ricordo non era più in gestione dei miei genitori dal 2001. Dopo così tanti anni avevano organizzato una cena come “quelli del bar Giuliano”, mettendo insieme quasi 400 persone, portando Ernesto come ospite d’onore della cena. Dopo trent’anni i ragazzi che lo hanno frequentato negli anni ’80, ormai ragazzi non erano più, ma hanno comunque sempre mantenuto questo legame inaspettato. Quando mio padre è morto, essendo passati dieci anni e poco più da quell’evento, qualcosa potevo aspettarmi, ma non mi aspettavo tutto questo: un cordoglio cittadino, spontaneo, come se se ne fosse andata una persona che ha rappresentato un ruolo fondamentale per quel luogo. Sicuramente è stato un personaggio che ha fatto qualcosa di memorabile sul territorio, per lo meno mi viene da pensare così. Ho passato due giorni a telefono, al funerale ci sono state centinaia di persone e tutt’ora continuo a ricevere messaggi e telefonate. E la cosa bella è la spontaneità con cui mi fanno non solo le condoglianze, ma anche il pensiero su “babbo era una persona spettacolare, resterà sempre nei nostri cuori”, da persone che vanno dai 30 anni agli 80 anni. I saluti quindi che ci hanno fatto in questi giorni, oltre che aiutati, ci hanno ristorati un po’ dal dolore che lascia la perdita di un familiare, nonostante fosse anziano era autosufficiente fino a qualche giorno fa. Ancora, grazie a questo affetto, non ho avuto quella botta che ti fa sentire l’assenza di una persona che ha significato molto all’interno della famiglia.
Cosa ha rappresentato Ernesto per Fucecchio?
Ernesto rappresentava un guardiano, un custode silente, della gioventù, di un largo gruppo di persone per il quale rappresentava la spensieratezza, l’inizio delle esperienze. Ha fatto da babbo a tanti, da centralino, un punto di riferimento, un confidente per dare consigli anche sulle relazioni amorose. Ha rappresentato un momento, che è diventato simbolo per quelle persone, come può essere una canzone o un film.
Ci sarà un seguito al “Bar Giuliano”?
Rispondendo molto lapidariamente direi di no, l’osteria la fa l’oste, quindi chi viene dopo può essere anche meglio ma sicuramente non sarà mai quella cosa che è stata. Il tipo di aggregazione è cambiata, il contesto storico è cambiato, le modalità aggregative delle persone sono cambiate. Il bar oggi è un luogo dove si consuma. Forse nei paesi più piccoli ci sono bar con il cliente fisso e di fiducia, ma non a quei livelli. Oggi è sempre più circoscritta la socialità, ci si affida alla chat istantanea per decidere cosa fare e dove andare, non ci si ritrova più al bar per poi decidere. Prima era proprio una seconda casa, si andava lì perché si sapeva che c’erano gli amici. Un contesto che non esiste più. Almeno che non ci sia un cambiamento epocale.
Come è giusto che sia le cose hanno un inizio, un’apice e un epilogo, come tutti i fenomeni umani. Se non fosse così non esisterebbero le cose belle da ricordare nella propria esistenza. Sarebbe tutto routine e nemmeno così interessante.
Il ricordo di Ernesto e della moglie Fiorina, insieme al loro Bar Giuliano resterà indelebile nel tempo. Una personalità spiccata, sensibile devoto al prossimo.
Il figlio Luca, che nella vita è fotografo, lo ricorda in un suo scatto utilizzato per l’album “L’uomo della strada” di Piero Pelù: “Povero Ernesto, gliene ho fatte fare davvero di tutti i colori”.